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Non solo insonnia, la caffeina potrebbe causare molti altri sintomi nel caso in cui si sia particolarmente sensibili a questo alcaloide

I ricercatori di Harvard hanno condotto uno studio su 120 mila pazienti e hanno evidenziato come la sensibilità alla caffeina parrebbe legata alla presenza di un gene. Nello specifico si è scoperto come la coppia di geni CYP1A2, ereditati da madre e padre, siano la causa dei problemi legati alla metabolizzazione della caffeina.

Rispetto ad altre sensibilità e intolleranze, quella alla caffeina presenta un quadro molto diverso dovuto appunto alla spiccata eziologia genetica, con sintomi che discostano da quelli tradizionali legati a tali problematiche.

I sintomi della sensibilità alla caffeina

Ma come fare per capire se si è affetti da questa problematica? Quali sono i campanelli d’allarme che potrebbero evidenziare una sensibilità alla caffeina?

  • Mal di testa
  • Ansia
  • Difficoltà di concentrazione
  • Palpitazioni
  • Nervosismo
  • Dolore muscolare
  • Fatica
  • Problemi alla vista
  • Orticaria
  • Gonfiore alle ghiandole e alla gola.

Questi sintomi purtroppo possono essere in comune con altre patologie, fattore che quindi rende ancora difficile una diagnosi tempestiva.

Diagnosticare sensibilità alla caffeina

Come accennato la sintomatologia è complessa, molti inoltre sono convinti che bruciori di stomaco possano essere riconducibili alla stessa, ma così non è.

Esistono fortunatamente test specifici per evidenziare la presenza di queste problematiche. Rivolgendosi a centri specializzati verrà confermata o meno la presenza di sensibilità alla caffeina, suggerendo conseguentemente un trattamento idoneo a eliminare eventuali sintomi scatenati dalla stessa.

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Soffrire di sensibilità al nichel costringe a prestare attenzione a molteplici oggetti, da quelli di uso comune ai cosmetici

Quando si è affetti da sensibilità al nichel non basta tenersi lontano da oggetti metallici e gioielli di bigiotteria, bensì anche a moltissimi altri articoli che nascondono questo elemento. Un esempio? I cosmetici!

Al loro interno e nel processo produttivo, prodotti di make up e trucchi vengono inevitabilmente a contatto con questo metallo, accumulandolo anche al loro interno e rendendoli potenzialmente dannosi per chiunque risulti sensibile a questo elemento.

Chi è affetto da queste problematiche potrebbe manifestare reazioni negative al contatto con prodotti cosmetici, detergenti e creme, presentando arrossamenti cutanei, desquamazioni, prurito e bruciore della pelle nelle aree ove applicati.

Ma quindi, quali cosmetici possono utilizzare le donne affette da sensibilità al nichel?

Sensibilità al nichel e cosmetici: ecco quali scegliere

Fortunatamente il mercato del settore beauty si sta a poco a poco adeguando alle nuove richieste dei consumatori offrendo prodotti non soltanto vegan, ma anche biologici e nichel tested, all’interno dei quali il quantitativo di questo metallo non supera 1 ppm (1 mg/kg = 0,000001), un rapporto che equivale a dire che su un milione di particelle, soltanto una lo contiene. Un quantitativo così irrisorio rende pertanto questi prodotti sicuri per gli affetti da sensibilità al nichel, pertanto non in grado di nuocere alla pelle delle stesse.

Fate però attenzione, se in etichetta vi trovate dinnanzi alla dicitura “Nichel Tested < 1 ppm” si ha a che fare con un prodotto non totalmente privo di nichel, ma con una quantità ridotta al punto tale da risultare innocua. In questi casi pertanto adatti a soggetti solo leggermente sensibili al nichel, oppure per un impiego sporadico e non giornaliero.

Nel caso in cui invece acquistiate prodotti con la dicitura in etichetta “nichel free” sappiate che questa non è corretta, e non garantisce la sicurezza del prodotto.

Cosmetici nichel tested: dove trovarli? Ormai non è più tanto difficile reperire questi prodotti, acquistabili sia in farmacia, ma anche nelle profumerie e ovviamente online. Soprattutto i grandi brand del settore si sono adattati a queste esigenze garantendo i propri prodotti assicurandone l’assenza di nichel, andando conseguentemente a soddisfare un’ennesima fetta di mercato.

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Come superare e affrontare questo periodo di grandi abbuffate

Siamo prossimi al Natale e, di conseguenza, anche alla vigilia, Santo Stefano, Capodanno, Epifania, visite di parenti e amici, una ruotine che ogni anno si ripete, ma che spesso può creare scompiglio ove in famiglia vi siano persone affette da intolleranze e celiachia. Pranzi e cene dovranno essere pensati per far star bene tutti, senza alcuna discriminazione, del resto non sarebbe bello dire alla persona affetta da queste problematiche, di portarsi da casa “il proprio cibo” (e purtroppo alcune volte capita per la scarsa voglia di impegnarsi da parte di chi abbiamo attorno).

Fortunatamente è possibile studiare e pensare un menu adatto a tutti, prestando attenzione e con alcune accortezze, sarà semplice accontentare ogni commensale.

Celiaci a pranzo o cena: a cosa prestare attenzione?

Nel caso in cui dobbiate ospitare celiaci a pranzo o cena potreste pensare facilmente a un menu gluten free, del resto non sarebbe poi così difficile. Risotto come primo, per la realizzazione di torte salate esistono in commercio basi già pronte, perfette anche per gli antipasti, senza dimenticare i dolci realizzabili con enorme successo anche con farine naturalmente prive di glutine. In alternativa sono sempre più i locali che offrono prodotti freschi adatti ai celiaci.

Ricordate però di prestare attenzione ad alcuni dettagli:

  • Posate e pentole non devono essere precedentemente stati impiegati con alimenti contenenti questa proteina, basterà un normale lavaggio per andare sul sicuro, così come i piani d’appoggio e i taglieri dovranno essere privi di briciole e residui alimentari
  • Prestate attenzione agli alimenti, andando a verificare nell’ABC presente sul sito AIC quali possono essere alimenti potenzialmente a rischio
  • Fate attenzione alla carne, questa è naturalmente priva di glutine, ma se si acquistano arrosti ripieni già farciti bisogna avere la certezza che non sia stata impiegata farina e pangrattato nella farcia
  • Attenzione anche agli alcolici, non tutti sono idonei, ma sicuramente spumanti e vini si, quindi magari optate per questi.

Intolleranza al lattosio e al nichel: come comportarsi?

Non esiste però soltanto la celiachia, anche le intolleranze a lattosio e nichel possono mettere in difficoltà quando si tratta di studiare un menu adatto a queste persone.

Per il lattosio attenzione ai prodotti pronti e a tutto ciò che potrebbe contenere latte. In questo senso potrebbe essere d’aiuto la preparazione artigianale di tutti questi alimenti, andando a impiegare burro, latte, yogurt, formaggi e panna delattosati, con il medesimo sapore di quelli contenenti questo zucchero in forma complessa, ma facilmente assimilabili da chi non lo tollera.

Se invece la persona vostra ospite soffre di intolleranza al nichel meglio ridurre tutti quegli alimenti che ne contengono parecchio, molti ortaggi e frutti, evitare i fritti e prestare attenzione a pentole e stoviglie. Sarà poi il soggetto affetto da questa problematica che si organizzerà per quelle giornate per seguire una dieta a rotazione per evitare un sovraccarico di questo metallo.

Nelle vostre famiglie ci sono persone affette da intolleranze? Se si quali e come vi organizzate? Fatecelo sapere!

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Non ti tollero! Il progetto di ricerca che ci piace

Quest’insalata con mele, noci e formaggi ci offre l’occasione di parlare, una volta in più, del progetto “Non ti tollero!” che ci vede protagonisti. Un progetto di ricerca che partirà a gennaio 2020 e che mira a studiare e circoscrivere un mondo ampio, mutevole e camaleontico come quello delle intolleranze alimentari i cui sintomi spesso non vengono sufficientemente riconosciuti e contrastati. Un progetto ambizioso che, attraverso 3 step, screening e raccolta dati su un congruo numero di pazienti campione, consentirà di rilevare informazioni utilissime sulle manifestazioni cliniche delle intolleranze ed in particolare di quella al nichel.

Sarà possibile, così, differenziare diversi sottogruppi d’intolleranza al nichel in base all’organo coinvolto. Dalla conoscenza dei meccanismi di risposta dell’organismo, si potranno circoscrivere migliori terapie, caso per caso, compiendo tangibili passi in avanti per le condizioni di vita di quanti sono affetti da tali disturbi.

Insalata con mele e noci, la bontà risiede nei dettagli

Proprio l’olio Carli Monocultivar Taggiasca, che usiamo per la citronette utile a condire l’insalata con mele, noci e formaggi, è uno dei lodevoli partner di questa iniziativa. Quest’olio è il risultato pregiatissimo della lavorazione di olive taggiasca, di piccole dimensioni e con un sapore dolce ed equilibrato, dotate inoltre di un profumo fruttato, perfetto per conferire un tocco in più all’insalata. Ma gli elementi vincenti di questa proposta non finiscono qui!

Insalata con mele e noci, una fresca prelibatezza!

Il croccante dato dai gherigli di noce, lievemente tritati, sono un piacere che esalta ancora di più la freschezza dell’insalata e dei pezzetti di mela, succosi e super nutrienti. Che dire poi della selezione di formaggi? Qui vi lasciamo spaziare in base al gusto personale ed alle disponibilità del momento. Ovviamente, più tipologie aggiungerete all’insalata, maggiori saranno le varie consistenze, sapori e profumi. Non trattenetevi e lasciatevi trasportare dall’ispirazione!

Non la solita insalata, ma una gustosa alternativa

Questa insalata con mele, noci e formaggi non è il semplice lattughino da contorno, che sembra quasi solo un riempitivo ed una distrazione rispetto alle portate principali. Questa insalata è una fresca, nutriente e gustosa alternativa, ottima come schiscetta o piatto unico estivo.

La bontà di questa insalata è assoluta, su tutti i fronti e potremmo dire completa a livello nutrizionale per garantire sazietà e nutrimento, anche fuori di casa. Verdura, frutta, frutta secca, formaggi, c’è davvero tutto! Per una cena o un pranzo leggero, veloce e semplice, senza rinunciare al gusto, questa insalata è una vera meraviglia tutta da assaporare.

Ed ecco la ricetta dell’insalata con mele, noci e formaggi:

Ingredienti per 6 persone:

  • 200 gr. di lattughino
  • 30 gr. di gherigli di noce
  • 300 gr. di formaggi misti consentiti (scamorza affumicata, zola, parmigiano reggiano 36 mesi etc.)
  • 1 mela
  • 1 limone spremuto
  • 4 cucchiai d’olio Carli Monocultivar Taggiasca
  • q. b. di sale

Preparazione:

L’insalata con mele, noci e formaggi si prepara piuttosto in fretta. Sbucciate una mela, eliminate torsolo e semi e tagliatela a tocchetti. Sbucciate le noci e tritatele grossolanamente, lasciandone qualcuna a metà. Lavate con cura l’insalata, rimuovete l’acqua in eccetto e tagliatela a pezzi grossolani.

Selezionate poi i formaggi preferiti e ricavatene dei dadini. In una coppetta, emulsionate succo di limone, sale ed olio, sbattendo tutto con una frusta fino ad ottenere una citronette. Unite insalata, noci, mele e formaggi in un’insalatiera e condite con la citronette. Mescolate il tutto e servite. Buon appetito!

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Talvolta vediamo la dicitura gluten free su prodotti non alimentari, ma serve realmente averla?

In commercio sempre più spesso si trovano prodotti non alimentari che riportano la scritta “senza glutine” o “gluten free”, ma questo dettaglio è realmente utile ai soggetti affetti da celiachia? In realtà questo aspetto può destare confusione soprattutto in chi è stato da poco diagnosticato, cerchiamo pertanto di fare chiarezza e definire le ragioni per cui alcuni di questi prodotti riportano tale dicitura.

Per prima cosa chiariamo un aspetto estremamente importante: un celiaco deve prestare attenzione solamente agli alimenti di cui si nutre, dentifrici, creme, colluttorio, make-up, bagnoschiuma e detersivi sono tutti utilizzabili anche se non riportano alcuna specifica. Questo perché la problematica si manifesta nel momento in cui il glutine viene ingerito e raggiunge l’intestino.

Tra i prodotti sopracitati il solo che potrebbe destare quindi qualche dubbio rimane il dentifricio, ma anche qui si può stare tranquilli in quanto ormai tutti ne sono privi.

Ma quali sono le ragioni per cui alcuni di questi prodotti riportano la specifica “senza glutine”?

Non esiste solo la celiachia come problematica legata strettamente al glutine, anche se certamente è la più conosciuta. Al contrario esistono allergie da contatto che possono portare alla manifestazione di eritemi, eczemi e prurito legate appunto a questa proteina, ecco quindi spiegata la ragione per cui alcuni prodotti adatti ai celiaci riportano ugualmente questa dicitura.

Anche chi soffre di dermatite erpetiforme legata alla celiachia non dovrà necessariamente utilizzare questi prodotti, in quanto non serviranno accortezze sotto questo aspetto.

I celiaci pertanto, a dispetto di quanto pensino molte persone poco informate, non necessitano di cosmetici, dentifrici e prodotti per il make-up appositi, bensì possono utilizzare quelli che vogliono, salvo problematiche di diversa natura e non correlate alla celiachia che potrebbero causare la sensibilità ad alcuni ingredienti presenti.

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Questa patologia autoimmune spesso infatti viene associata al morbo celiaco

Quando si parla di tiroide di Hashimoto, nota anche come tiroide linfocitaria cronica, ci si riferisce a una patologia autoimmune che provoca un deficit nella funzionalità tiroidea con conseguente ipotiroidismo, andando ad alterare il normale metabolismo energetico.

Per chi non sapesse cosa fosse una patologia autoimmune, si tratta di una condizione legata a un cattivo funzionamento del sistema immunitario il quale attacca erroneamente cellule e organi dell’organismo senza una reale ragione. Altre patologie autoimmuni possono per l’appunto essere la celiachia e il diabete di tipo 1.

Sintomi della tiroide di Hashimoto

L’ipotiroidismo legato alla tiroide di Hashimoto, provoca solitamente un’alterazione degli ormoni secreti da questa ghiandola, con conseguente rallentamento di altre funzioni corporee. I principali campanelli d’allarme che potrebbero far pensare a questa problematica sono:

  • Ingrossamento della tiroide anche al punto tale da rendere difficoltosa la respirazione e la deglutizione
  • Stanchezza e affaticamento
  • Aumento di peso e difficoltà nella perdita dello stesso
  • Capelli secchi e molto sottili
  • Dolori alle ossa e ai muscoli
  • Stitichezza
  • Battito cardiaco rallentato
  • Depressione
  • Deficit nella concentrazione
  • Pallore e gonfiore
  • Senso di freddo
  • Alterazioni del ciclo mestruale e difficoltà nel concepimento.

Chi sono i soggetti più esposti alla manifestazione di questa malattia autoimmune?

La tiroide di Hashimoto colpisce prevalentemente individui di età compresa tra i 30 e i 50 anni, maggiormente di sesso femminile secondo i dati statistici raccolti. Ad oggi non sono ancora chiare le modalità di trasmissione ma pare sussista una certa familiarità, pertanto sono maggiormente esposti al rischio di sviluppare questa malattia soggetti che hanno genitori che soffrono di questa patologia.

Un altro dato evidenziato è quello secondo cui la tiroide di Hashimoto si manifesti con maggior frequenza in persone affette da altre malattie autoimmuni, in particolare:

  • Celiachia
  • Diabete di tipo 1
  • Vitiligine
  • Artrite reumatoide
  • Mordo di Addison
  • Anemia Perniciosa
  • Epatite autoimmunitaria.

Come viene diagnosticata la tiroide di Hashimoto?

Nel caso in cui si sospetti la presenza di questa patologia i primi esami ematici che verranno suggeriti includeranno la misurazione del TSH, del T4 e la ricerca di anticorpi tiroidei nel sangue, dopodiché, nel caso in cui i valori riscontrati risultassero compatibili con la patologia, potrà essere chiesta ecografia e TAC per confermare la diagnosi.

Il trattamento, una volta confermata la presenza della stessa, potrà prevedere una cura farmacologica nei casi più gravi, oppure semplicemente attraverso un’alimentazione attenta e periodico monitoraggio.

Nel caso in cui la tiroide di Hashimoto venisse diagnosticata prima della celiachia, una volta seguita una dieta priva di glutine, si potrebbe trarre beneficio anche in questo senso, in quanto l’eliminazione dalla propria dieta del glutine contribuirà anche a una minor reazione immunitaria dell’organismo nel suo complesso.

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Ebbene sì, anche i bambini di pochi mesi possono soffrire di questa intolleranza

Coliche, rigurgiti, dissenteria e difficoltà nella crescita dei neonati possono spesso far pensare alla presenza di un’intolleranza al lattosio, ma già da così piccoli si può manifestare?

Partiamo dal presupposto che, anche in condizioni normali, è molto difficile comprendere subito le problematiche di un neonato, vuoi il fatto che ancora non sono in grado di esprimersi, ma anche la non ancora piena conoscenza del bambino da parte del genitore. Soprattutto poi quando si vede il piccolo sofferente, il senso di impotenza è tale da rendere difficile ragionare a mente lucida, pertanto indispensabile l’appoggio di un buon pediatra capace di individuare tempestivamente il problema.

Tornando alla domanda iniziare, l’intolleranza al lattosio può colpire un neonato? Assolutamente sì, e potrebbe rappresentare una vera e propria minaccia per la salute del piccolo che presenterà difficoltà nella crescita, flatulenza, mal di pancia, diarrea e rigurgiti frequenti.

Cosa fare se il bambino è affetto da intolleranza al lattosio?

Nel caso in cui il bambino fosse allattato al seno, come consigliato dalle linee guida dell’OMS, potrebbe dover passare al latte artificiale privo di questa proteina, fattore sicuramente di maggior impatto per la madre soprattutto. Per assurdo infatti il latte materno è considerato l’alimento migliore per la crescita del bambino, ma in alcuni casi potrebbe arrecare disturbo.

Se invece l’allattamento è artificiale, si dovrà optare per latte in formula privo di lattosio, solitamente reperibile in commercio in polvere, oppure per latti vegetali formulati appositamente per i neonati nel caso in cui il problema fosse di entità maggiore. In commercio fortunatamente si trovano soluzioni apposite prodotte con latte di riso principalmente, in quanto alimento facilmente tollerato.

Come viene diagnosticata l’intolleranza al lattosio nel neonato

Per confermare la presenza di un’eventuale intolleranza al lattosio nel neonato difficilmente ci si affida al Breath Test come negli adulti, in quanto il piccolo non risulterà in grado di soffiare dentro l’apposita cannula.

Per questa ragione viene solitamente impiegata un’analisi delle feci per l’individuazione del pH e della struttura delle stesse, evidenziando ed eventualmente confermando la presenza di una problematica nel tollerare il lattosio.

È bene sottolineare un aspetto, ovvero che i casi di intolleranza al lattosio neonatale solitamente si risolvono man mano che il bambino cresce, pertanto inutile allarmarsi eccessivamente in quanto potrebbe trattarsi semplicemente di una condizione passeggera legata anche ad uno sviluppo leggermente in ritardo del sistema digestivo del piccolo che coi mesi andrà poi a completarsi.

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Nel caso in cui gli esami ematici abbiano dato esito positivo non bisogna togliere assolutamente il glutine dalla dieta prima della biopsia intestinale!

Erroneamente molte persone (e a volte anche medici poco informati) consigliano di eliminare il glutine dalla dieta già dopo aver ricevuto esito positivo dagli esami del sangue e dai test genetici per individuare l’eventuale presenza di celiachia. Purtroppo è una cosa sbagliatissima, in primis perché sarà il gastroenterologo a dare la conferma della diagnosi, ma soprattutto così facendo si rischierà di condizionare l’esito della biopsia stessa.

Questo esame è necessario infatti per individuare e valutare lo stato dei villi intestinali. Con la biopsia infatti verrà prelevato un frammento di tessuto al fine di determinare il grado di atrofia dei villi intestinali. La classificazione Marsh prevede diversi gradi di lesione dei villi stessi, che, attenzione, non va confonderla come molti fanno con i “gradi della celiachia” in quanto questi ultimi sono inesistenti, o si è celiaci o non lo si è non esistendo un livello in questa malattia.

Tornando alla classificazione Marsh la stessa è suddivisa in:

  • Lesione di tipo I o infiltrativa: caratterizzata da villi con limiti morfologici nella norma e incremento dei linfociti intraepiteliali
  • Lesione di tipo II o iperplastica: caratterizzata da villi con limiti morfologici nella norma, incremento dei linfociti intraepiteliali e iperplasia degli elementi ghiandolari
  • Lesione di tipo III o distruttiva: caratterizzata da atrofia variabile dei villi associata a iperplasia delle cripte ghiandolari, enterociti di superficie di altezza ridotta con bordi irregolari e vacuoli citoplasmatici, nonché incremento dei linfociti intraepiteliali. In quest’ultimo caso i villi stessi potrebbero anche risultare non più individuabili.

Perché seguire una dieta priva di glutine potrebbe falsare gli esiti della biopsia?

I villi intestinali di una persona celiaca non ancora diagnosticata, subiscono una mutazione in senso negativo, legata all’assunzione di glutine e conseguente risposta immunitaria che porta ad attaccare gli stessi.

Andando a eliminare il glutine prima dell’esecuzione di tale esame si rischia di falsare l’esito in quanto non assumendo più questa proteina dannosa per l’organismo dei celiaci, non vi sarà la risposta immunitaria dell’organismo che attacca il suo stesso intestino, pertanto i villi intestinali a poco a poco torneranno al loro stato originario. Questo rappresenterà si un beneficio per il benessere della persona, ma al contempo potrebbe andare a falsare l’esito della biopsia, evidenziando un danno minore, se non assente, rispetto a quello realmente manifestato in presenza di una dieta che prevede assunzione di glutine.

In conclusione chiunque sia in attesa di una diagnosi ufficiale per confermare l’eventuale celiachia, deve continuare a seguire una dieta libera con consumo di alimenti contenenti glutine, solo così si potrà avere un esito reale nonché una valutazione effettiva del danno a carico dei villi intestinali.

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Molto spesso viene fatta confusione tra queste due problematiche, cerchiamo quindi di fare chiarezza su quali siano le differenze

Di intolleranza al lattosio abbiamo già parlato ampiamente e implica un deficit nella produzione dell’enzima lattasi, necessario per scindere il lattosio stesso, zucchero complesso contenuto nel latte, in due più semplici, ovvero glucosio e galattosio assorbibili poi dall’intestino. Per diagnosticare questa problematica è necessario sottoporsi al breath test; nel caso in cui dia esito positivo bisognerà passare al consumo di alimenti delattosati, pertanto all’interno dei quali viene inserito direttamente l’enzima lattasi, presentando quindi i due zuccheri in forma semplice. In alternativa esistono in commercio compresse contenenti questo enzima da assumere prima di consumare alimenti contenenti latticini e, di conseguenza, lattosio.

Chi non tollera le proteine del latte ha invece un problema con la parte proteica contenuta in questa sostanza, che rappresenta all’incirca 35 grammi su un litro di questo liquido. Nel latte bovino, quello prevalentemente consumato, la parte proteica è rappresentata da caseine e proteine del siero.

Le prime rappresentano circa l’80% della costituente proteica e sono a lento assorbimento, mentre quelle del siero e solubili vengono invece digerite rapidamente.

Allergia alle proteine del latte: cosa comporta?

L’allergia alle proteine del latte è una vera e propria allergia che provoca una reazione immunitaria all’assunzione di alimenti che le contengono. Dall’orticaria all’eczema, dal vomito alla diarrea, rinite e asma, ma anche, nei casi più gravi, shock anafilattico. Quest’ultima reazione non potrà manifestarsi in caso di intolleranza al lattosio fortunatamente.

Una persona affetta da intolleranza al lattosio potrà consumare alimenti delattosati contenenti proteine del latte, vice versa chi è affetto da allergia a caseina e proteine del siero, non potrà consumare alimenti privi di lattosio.

Ma dove sono contenute le proteine del latte? Purtroppo non soltanto nei latticini o prodotti contenenti latte, bensì anche all’interno di alimenti destinati agli sportivi, barrette e integratori perché possedendo un alto valore biologico hanno un elevato valore nutrizionale, oltre che per aumentare la conservazione degli alimenti stessi data la loro stabilità.

Se per diagnosticare l’intolleranza al lattosio esiste il breath test, per l’allergia alle proteine del latte ci si può sottoporre a:

  • Prick test, nel quale viene iniettata una piccola dose di allergeni e, in caso si positività, comparirà una macchia rossa
  • Rast test, esame del sangue per valutare l’eventuale presenza di anticorpi specifici, andando ad individuare il tipo di proteina a cui si è allergici.

Fortunatamente il Regolamento UE 1169/2011 ha stabilito l’obbligo di evidenziare in etichetta la presenza di alcuni allergeni, e lattosio e proteine del latte rientrano in quelli che devono essere necessariamente segnalati in maniera chiara ed evidente. Il nostro consiglio pertanto è quello di leggere con attenzione sulla confezione di ogni alimento l’eventuale presenza di questi allergeni, andando così da limitare il rischio di assunzione degli stessi.

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Se si osservano gli ingredienti degli alimenti idonei al consumo da parte di celiaci, spesso contengono amido di frumento deglutinato, ma come è possibile?

La scienza si sa, fa passi da gigante anno dopo anno, e ha portato col tempo allo sviluppo del cosiddetto amido di frumento deglutinato, ormai presente in molti prodotti da forno destinati al consumo da parte di soggetti celiaci.

Ma come nasce e come si ottiene l’amido di frumento deglutinato? Gli amidi dei cereali in generale sono considerati carboidrati, ovvero zuccheri complessi. Questi vengono ottenuti mediante processi specifici di lavorazione del chicco, partendo dall’immersione in apposite soluzioni per ammorbidirli, fino alla successiva macinazione e trasformazione in sospensioni diluite e costantemente scremate. In seguito alla separazione tramite sedimentazione o centrifugazione, il prodotto verrà essiccato e infine polverizzato.

Questo processo comporta una raffinazione del prodotto, costituito quasi esclusivamente dalla parte polisaccaridica della cariosside, pertanto pura e priva degli elementi che costituiscono il chicco stesso, tra cui per l’appunto il glutine. Quest’ultimo non supererà mai il contenuto di 20 ppm, pertanto idoneo anche al consumo da parte di celiaci, ove però garantita anche l’assenza di contaminazione con dicitura “senza glutine”.

L’amido di frumento deglutinato, una polvere bianca insolubile, inodore e insapore, risulta infatti composto da amilosio, amilopectina e acqua.

I celiaci riescono a tollerare l’amido di frumento deglutinato?

Tendenzialmente, ove affetti soltanto da celiachia, la tollerabilità di questo ingrediente è assicurata. Esistono però circostanze in cui soggetti affetti da morbo celiaco non siano in grado di sopportare questo ingrediente, fattore dovuto probabilmente a una sensibilità al frumento stesso, rendendolo pertanto off limits per la loro dieta.

Fortunatamente ove presente all’interno di miscele di farine o prodotti da forno, deve essere segnalato chiaramente nell’elenco degli ingredienti, pertanto riconoscibile in maniera chiara e univoca.

In cucina viene impiegato per aumentare la porosità degli impasti gluten free, rendendoli soffici e friabili, ma anche nella realizzazione di creme.

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